La storia di Zawadi

Oggi vorrei mettere da parte per un momento l’allegria e la frivolezza del mio blog per raccontare una storia tanto seria quanto terribile.  E’ la storia di Zawadi Mongane, che ha vissuto nel modo peggiore il conflitto nel suo paese, il Congo. Vi avviso, non sarà piacevole: se non volete andare avanti nella lettura non vi biasimo. Ma io sono dell’idea che certe cose vadano raccontate.

Durante la mia lecture di oggi di Introduction to British Media, la mia professoressa ci ha presentato il suo personale idolo giornalistico: Mike Thomson, corrispondente della BBC Radio 4 all’estero. E’ stato Thomson a raccontarci la storia di Zawadi, che lui ha intervistato nel 2008, tramite le sue stesse parole.

Zawadi Mongane viveva nella provincia di South Kivu, in Congo. I soldati ribelli provenienti dal Rwanda (noti come Interahamwe) , molti dei quali si erano rifugiati al confine Congolese dopo il genocidio del 1994, sono arrivati al suo villaggio. Segue la storia di una violenza inaudita, una delle storie più terribili che abbia mai sentito in vita mia.

Zawadi, suo fratello e tre dei suoi figli sono stati rapiti con un’altra cinquantina di persone del suo villaggio e portati in un campo ribelle nella foresta. Zawadi ha visto la maggioranza dei suoi concittadini massacrati con coltelli e altre armi. Mentre gli omicidi continuavano, lei e un’altra donna sono state lasciate in vita.

I ribelli in quei giorni l’hanno violentata 19 volte, le hanno ucciso due dei suoi figli davanti agli occhi. Hanno tagliato le mani a sua cognata e decapitato il fratello, la cui unica colpa era stata rifiutarsi di violentare lei, la sua stessa sorella. La sua memoria più terribile però è stata quanto le hanno tolto il figlio più piccolo, ancora neonato, dalle braccia e l’hanno costretta ad impiccarlo.

Zawadi è rimasta in vita solo perché uno dei ribelli l’ha creduta troppo debole per sopravvivere, e le ha indicato un sentiero per arrivare ad un villaggio. Qui è stata aiutata da un ragazzino, che le ha dato rifugio coi suoi concittadini.

A Zawadi è rimasta solo una bambina che, dice, è stata l’unica ragione perché non si è opposta a tutte quelle atrocità: doveva restare in vita per lei. Quando Thomson le ha chiesto se avesse spiegato alla bambina che cosa le era successo, lei ha risposto: “Mia figlia sa solo due cose: che suo padre è morto e che, in un certo senso, sono morta anche io”.La sua bambina adesso va a scuola e sogna di diventare una dottoressa per “aiutare la mamma, quando sta male”.

L’intervista a Zawadi ha avuto un successo straordinario al programma di BBC Radio 4. Molte persone si sono lamentate della violenza di una tale storia, ma molte altre si sono messe in prima linea per dare il loro aiuto. E secondo me è una storia che va raccontata, per due ragioni. La prima è che non possiamo chiudere gli occhi, girare la faccia alle atrocità che vengono compiute: le cose non cambieranno mai se qualcuno non denuncia queste violenze. Ma l’altra ragione è puramente umana: la forza di Zawadi non va dimenticata. Questa donna ha sofferto le più terribili violenze che io abbia mai sentito, eppure ha acconsentito a raccontare la sua storia, ha insistito a farsi fotografare e , tutt’ora, nonostante tutto quello che le hanno fatto,non vuole morti quei ribelli. Non vuole vendetta, dice, perché è una buona cristiana.

E’ una storia che mi ha lasciato un peso sul cuore, e dovevo raccontarla. Non sono sicura che se ne sia parlato in Italia, quindi ho deciso di parlarne. Potete trovare l’intervista a Zawadi qui (è in Inglese) : http://www.bbc.co.uk/radio4/today/reports/international/congo_20080410.shtml.L’esperienza di Mike Thomson invece è raccontata qui: http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/africa/7340074.stm. Non vi lascerà a cuor leggero, ma ne vale la pena, perché questo è il vero giornalismo: deve raccontare le storie delle persone, senza preamboli, per una buona causa.

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