Il complesso d’inferiorità italiano

In seguito alle drammatiche vicende politiche che stanno tormentando la politica del nostro Paese negli ultimi giorni, non si fa che sentire: “La notizia della condanna di Silvio Berlusconi ha fatto il giro dei quotidiani mondiali”. Perché abbiamo così tanti dubbi? Il nostro complesso d’inferiorità è tanto grande da portarci a pensare che l’Italia non meriti un posto nelle notizie internazionali?20110610_economist

Vorrei aprire una parentesi giornalistico-politica sull’esterofilia eccessiva del nostro Paese, un altro esempio del drammatico vuoto ideologico e politico degli ultimi anni: la patria ci delude talmente tanto che idolatriamo ogni cosa che venga da fuori.

Perciò se Antonio Polito sul Corriere della Sera dice:

 “La sorte del governo resta precaria. L’unico modo di ammortizzare il colpo micidiale subìto ieri dal sistema politico italiano sarebbe quello di seguire l’invito rivoltogli dal capo dello Stato ad accettare la realtà, a tracciare una linea nella sabbia, a mettere un punto a capo e ripartire, anche affrontando finalmente il grande problema dell’amministrazione della giustizia.”

lo consideriamo forse interessante (se lo leggiamo, visto che in Italia la televisione è ancora la fonte principale delle notizie), ma non è abbastanza. Dobbiamo aspettare l’Economist per capire la drammaticità della situazione, anche se dice esattamente la stessa cosa:

“Before the supreme court announced its ruling, Mr Berlusconi said that even if he were convicted he would not bring down the government. But that does not mean that its survival is assured”

(Prima che la Corte Suprema annunciasse il verdetto, Berlusconi disse che anche se fosse stato condannato  non avrebbe fatto cadere il governo. Ma questo non significa che la sua sopravvivenza sia assicurata).

Va bene che il nostro Paese sta andando alla deriva da vent’anni, va bene che ormai non sappiamo più verso quale partito girarci, ma quest’atteggiamento è triste e non funziona: sembriamo aver perso l’ammirazione verso tutto ciò che è italiano a favore dell’estero.

Anche questo blog è esterofilo, ma non si compiace solo se la stampa estera cita l’Italia. E’ normale che le news all’estero citino l’Italia: siamo ancora un paese con una certa importanza a livello internazionale, importanza che, nostro malgrado, ha anche Silvio Berlusconi, una figura politica nota che non è possibile non conoscere al tempo di Facebook, Twitter e delle notizie online. Che la notizia faccia il giro del mondo, che si parli dell’Italia, è ovvio. Dirlo con tanto stupore è ingenuo, ridondante e mostra che quasi non rispettiamo i nostri media, anche se fanno le stesse analisi del Financial Times o del Guardian.

Oggi finalmente è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Beppe Severgnini che parla sì della reazione alla condanna di Berlusconi, ma nel modo giusto: spiega come all’estero ci guardino, senza capire. Questa è la vera notizia: non il fatto che il resto del mondo parli di noi, ma che per loro siamo un mistero.

“All’estero non capiscono. Non capisce l’opinione pubblica internazionale. Non capiscono i giornali, le televisioni, le radio e i siti web. Non capiscono i conservatori, i liberali e i socialisti. Nessuno capisce come, in una democrazia, una parte del potere politico possa rivoltarsi contro il potere giudiziario, pur di difendere il proprio capo.”

Dovremmo imparare a citare quello che dicono i quotidiani stranieri quando fanno analisi diverse, divertenti, drammatiche; non quando danno una notizia che ci si aspetta diano. Se iniziassimo a valutare meglio ( e a migliorare) ciò che è nostro, forse non avremmo bisogno di eventi per della tutela della cultura italiana. Forse non avremmo neanche paura di dare più spazio alla cultura estera nel nostro Paese, perché quello che abbiamo non ha niente d’inferiore al resto del mondo. Non ci accontenteremmo di ciò che abbiamo senza curarlo (vedasi Pompei, i vari monumenti e la letteratura “perduta” del passato). Non ci sentiremmo minacciati da o meno degni di nota dell’estero. Però, per fare una cosa del genere, il patrimonio culturale che abbiamo ce lo dobbiamo tenere stretto.

Foto di: The Economist

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