Storia di un’italiana che lavora all’estero (a volte fino all’esaurimento)

Un articolo sugli Italiani all’estero apparso sul blog del Fatto Quotidiano prende in giro i cosiddetti “cervelli” che sono fuggiti dalla madre patria. Visto che quell’articolo dimostra che la vita degli Italiani all’estero non è molto chiara ai media del Bel Paese, ho deciso di fare uno strappo alla regola e raccontare la mia storia: quella di un’italiana a Londra che studia, lavora (fino all’esaurimento) e che, sfortunatamente, all’estero pensa proprio di rimanerci.

Avrete notato che da due anni a questa parte scrivo raramente dettagli della mia vita privata su questo blog, principalmente perché penso che sia più utile leggere che succede a Londra piuttosto che dove Carolina Are compra il pane o le scarpe. Ma dopo le generalizzazioni e le cattiverie dell’articolo del Fatto vi toccherà sorbirvi una (breve) storia dei miei tre anni a Londra.

Mi sono trasferita a Londra per frequentare il corso di giornalismo alla City University nel Settembre 2011. Non è stata una passeggiata: negli anni precedenti mi sono ammazzata di studio per avere il voto più alto possibile alla maturità del Liceo Classico ed essere ammessa alla City, mentre allo stesso tempo studiavo per gli esami Cambridge: il KET, il PET, il CAE e il PCE… Per scoprire al momento dell’application che la maggior parte delle università richiedono l’IELTS, quindi mi è toccato studiare (e pagare) anche per quello.

Studiare in una buona scuola di giornalismo paradossalmente costava meno in Inghilterra che in Italia tre anni fa.  Vorrei sentire e leggere meno rancore verso chi se ne va e abbandona il suo paese. Io dal mio paese mi sono sentita abbandonata. Io non me ne sono andata perché voglio farmi le foto con Instagram sotto il Big Ben, ma perché l’Italia, in quel momento, non mi offriva niente.

Invece Londra mi ha offerto tanto: dopo tre anni di gavetta, posso dire di essere riuscita a farmi un buon curriculum. Ho iniziato con piccoli giornali locali, per poi diventare la direttrice di piccoli siti e l’addetta stampa di AIESEC, un’organizzazione studentesca. In questo terzo anno lavoro come una pazza, ma ne vale la pena: la cosa più appagante che mi sia successa è stata ricevere tre proposte di lavoro (pagato) allo stesso momento e poter scegliere la migliore fra le tre, il ruolo di addetta ai Social Media per un’agenzia di “cacciatori di teste” tra giovani laureati.

In tutti I casi sono state le persone che volevano assumermi a contattarmi, non il contrario: grazie a LinkedIn o a questo blog, quindi grazie anche a voi lettori.  E in Italia? Beh, in Italia tutte le volte che ho fatto domanda per stage non pagati o per inviare qualche piccolo articoletto ai miei giornali locali ho ricevuto risposte negative – o nessuna risposta.

Non é facile vivere e scrivere in una lingua così diversa dalla tua. Il mio inglese è molto buono, ma fino all’anno scorso i professori continuavano a farmi pesare che non fosse la mia lingua madre. Una gaffe a settimana c’è sempre: come quando volevo dire che stavo provando a stare insieme ad un ragazzo, per poi scoprire che dire solo “we are trying” significa provare ad avere un bambino… il che non era affatto il nostro intento.

A chi mi dice che a Londra faccio la bella vita da viziata dico questo: esco ogni weekend perché il lavoro me lo consente, e i soldi me li guadagno lavorando 10 ore a settimana. Sono una slashie, ossia una studentessa/impiegata part-time/blogger non pagata/aspirante scrittrice. Perciò se non rispondo alle vostre mail o a i vostri commenti le ragioni sono due: o non ho tempo, oppure ho avuto un esaurimento nervoso. O entrambi.

Vivere all’estero da italiana non é facile: i valori della famiglia, delle amicizie, delle relazioni sono completamente diversi e mi ci sono voluti tre anni per cogliere le differenze e abituarmici.

Abituarsi ad orari diversi, cibi diversi, vivere i vent’anni lontana da casa non é una passeggiata: in questi tre anni , per ragioni emotive e culturali ( e per le onnipresenti cupcakes), il mio peso ha subito oscillazioni di sette chili, che può non sembrare tanto ma che ad una salutista come me ha causato tanto stress e frustrazione.

Sentire i luoghi comuni sugli italiani mi fa imbestialire: il nostro paese sembra un “joke”, uno scherzo, per aver votato Berlusconi per tutti questi anni. Automaticamente, gli ignoranti pensano che tutte le ragazze si divertano a fare bunga bunga e ad andare a letto con ottantenni  “mascarati”, quindi le avances che ti fanno rasentano la molestia.

Contrariamente a quello che dice l’articolo, non penso di aver mai fregato nessuno e non ho mai evitato di pagare i biglietti dell’autobus. Anzi, sono diventata talmente inglese che se qualcuno a cena con me fa cenno al cameriere al ristorante mi vergogno, perché qui é considerato maleducazione non aspettare che siano loro a venire da te.

Ogni paese ha persone meritevoli di rispetto e di scherno. Sono la prima ad evitare chi sembra venire qui soltanto per provarci con le tipe in discoteca e a farsi le foto al pub. Ero talmente determinata a farmi amici stranieri che al primo anno ho allontanato tutti gli Italiani. Ma l’articolo di Cavezzali generalizza un po’ troppo: gli Italiani ignoranti esistono proprio come gli Inglesi tamarri in stile The Only Way Is Essex, the “show us ya tits love” kind of guys.

All’università mi insegnano che non si generalizza e non si scrivono articoli senza statistiche, commenti o fatti su cui costruirli, anche se sono articoli d’opinione: perciò eccovi qualche statistica sugli italiani all’estero.Secondo il sito mediapolitika:

In un solo anno, la fascia dei più giovani (20-40 anni) è cresciuta del 28,3%, passando dai 27.616 espatri del 2011 ai 35.435 del 2012. Prevalgono gli uomini (57%) sulle donne (43%), in maggioranza 30-40enni (20.650) rispetto ai 20-30enni (14.785), con un’età media di 33 anni. Il 69,2% del flusso di espatri under 40 (24.530 unità) si concentra in Europa, in Paesi come Germania (5137), Gran Bretagna (4688) e Svizzera (4103). La quota di laureati italiani “over 24” andati all’estero, rivela l’Istat, è balzata dal 12% del 2002 al 27,6% del 2011 e viaggia al ritmo di oltre 30.000 espatri l’anno.

Fatevi delle domande.

Oltre ad essere un’italiana fiera delle sue origini sono anche sarda. Posso dire che qui a Londra coi Sardi non ci esco: vivo in un appartamento con una ragazza norvegese ed una austriaca. Le mie migliori amiche sono di Cipro e di Strasburgo.  Altre sono rumene e portoghesi. Sono uscita con ragazzi tedeschi, irlandesi, americani. Gli unici sardi che frequento qui nel Regno Unito vivono a Southampton e nel nord Inghilterra, e tutti e due studiano in facoltà difficilissime e fanno esperienze mozzafiato tutti i giorni. Il mio migliore amico (sardissimo), che considero un fratello, ha lasciato l’Italia per lavorare in Germania. Uno dei miei più cari amici italiani a Londra studia qui, ha vissuto in America ed ora andrà a lavorare in Giappone.

Se l’intento di Cavezzali era suscitare un polverone, c’é riuscito. Spero che la sua pagina sul Fatto ora sia riuscita ad ottenere più traffico. Leggere articoli come il suo fa cadere le braccia, le gambe, i denti e quant’altro. Se è questo il giornalismo per cui dovrei lavorare in Italia, grazie, me ne rimango qui nonostante i tabloid, Rupert Murdoch, il phone hacking e simili scandali.

Spero di non dover più scrivere articoli come questi: non mi va di essere polemica, mi sembra quasi di avere “daddy issues” e di essere in cerca d’attenzioni.  Non mi piacciono quei blog che vomitano opinioni “difficili” per avere più lettori. Mi piacerebbe solo sapere che il mio paese, che tuttora amo, che mi ha lasciato un’impostazione particolare nei valori, nelle abitudini, nel cibo, nel modo di vestire, nella cultura, non rifiuti (di nuovo) i suoi connazionali che hanno fatto una scelta diversa e che ha cacciato via.

Vi lascio con un bellissimo video sugli Italiani all’estero che avevo già pubblicato su Facebook e con un’ultima riflessione. Non ho rinnegato il mio paese e spero, un giorno, di poterci tornare: sono fiera del mio background culturale e molte volte passo per pomposa show-off ogni volta che cito qualche filosofo, scrittore, cantante italiano, latino o greco. Non ho dimenticato il mio dovere civico: mi sono iscritta all’AIRE e ho votato da Londra alle disastrose elezioni dell’anno scorso. Il mio stile nel vestire è ancora italiano, anche se forse ho adottato un po’ di quella spensieratezza tipica inglese. Ogni sabato mi cucino le lasagne e le mie amiche amano il mio risotto ai funghi. Alla cena di Capodanno (passato qui a Londra) ho portato il pandoro. E per sua informazione, Cavezzali, la pizza di Franco Manca a Brixton sta iniziando a competere con la mia pizzeria napoletana preferita ad Olbia in quanto a qualità.

22 risposte a “Storia di un’italiana che lavora all’estero (a volte fino all’esaurimento)

  1. Seguo il tuo blog da poco, ma mi piace molto e condivido completamente il tuo punto di vista sul vivere all’estero (vivo anch’io a Zurigo da 3 anni e lungi dal fossilizzarmi tra gli italiani, ho ovuto occasione di conoscere persone di tante nazionalità).
    Io però nell’articolo del Fatto non ho visto una critica a me, nè a una persona come te, nè alla scelta di andare all’estero. Non me ne intendo di giornalismo (studio informatica), ma credo che l’articolo fosse pura ironia (come evidenziato dal p.s. dell’autore) verso chi pensa davvero che l’estero sia sempre e comunque il paradiso terrestre, incurante invece delle sfide e del significato di fare questa scelta.
    Io un po’ ne conosco di gente come quella dell’articolo, quindi ho sorriso nel leggerlo. E poi in fondo, pur apprezzando qualsiasi tipo di cucina, rimango anch’io a caccia di una pizza decente 😉

    • Grazie dell’attenzione 🙂 guarda, io l’ironia non l’ho colta. Guardando lo stile dell’autore e degli altri suoi post, mi sembra gli piaccia essere polemico. No mi é piaciuto sto post, quindi ho detto la mia 🙂

  2. Vorrei stringerti la mano di persona ma, non potendolo fare, fai come se lo avessi fatto. Anche io non sono in Italia, e quell’articolo del Fatto mi ha fatto capire quanto a volte chi rimane non capisca i sacrifici che ci siano dietro chi parte. Se ci fossero state opportunita’ in Italia anche io sarei rimasto. Se ci si gode la vita all’estero dopo la fatica del lavoro o dello studio, cosa c’e’ di male. E quando torno in Italia e’ ovvio che mi rimpinzo di buon cibo, ma e’ anche ovvio che vedo le cose peggiorare e non posso stare zitto. L’invidia e’ quella del giornalista che non ha compreso lo stato d’animo di chi sta fuori e ,magari, vorrebbe tornare se potesse.
    condivido tutto quello che hai detto.

    A presto!

    Curi – dodicirighe

  3. quanto buonsenso, quanta umanità!

  4. Vorresti dire che il video che hai postato non e’ pieno di banalita’ e stereotipi? Per il commento su Franco Manca lo appovo al 100%.

  5. Carolì sono Noemi. Si hai ragione, parecchio anche. Molti amici miei son andati fuori dall’Italia e mi raccontano che hanno avuto molte difficoltà all’inizio per potersi abituare a tutto “un nuovo mondo”. Ma era la loro unica possibilità. Se potessi anche io e altri che conosco saremo disposti a lasciare il paese, perché qua ormai le persone che valgono non sono quelle che fanno i medici, giudici o quant’altro come i classici stereotipi, ma vale chi ha un lavoro, qualsiasi esso sia. Siamo proprio messi male.

  6. Ho letto quell’articolo e sinceramente lo trovo pessimo e inutile,semplicemente pieno di stereotipi.Non ho mai sopportato quelle persone che pensano di poter descrivere una intera popolazione tramite un articolo di una pagina.Di italiani così ce ne sono,ma ci sono anche altrettante persone,come te,che all’estero vanno per trovare migliori possibilità,che si impegnano e lavorano duro.

    Volevo anche dire una cosa che non c’entra molto.In realtà a me manca leggere i tuoi articoli sulle tue esperienze personali.Questo perchè le notizie su Londra si trovano un po ovunque,ma la cosa che apprezzavo era poter leggere delle tue esperienze,di poter vedere come è la vita vera lì,di leggere qualche utile consiglio.Certo continuo a leggerti comunque! 🙂 Però da lettrice ti dico che,a mio parere,è molto più utile leggere delle tue esperienze che non di notizie,che bene o male si trovano già sul web.Spero che tu non ti offenda perchè non ti ho detto questo per offenderti in alcun modo.

  7. Maronna se scrivi male in italiano…….

  8. Che bello leggere te, dopo aver letto (strabuzzando gli occhi e non solo per presbiopia) Cavezzali sul Fatto. Bravissima, gliele hai dette giuste.
    In Danimarca è difficile fare amicizia con i danesi, ma in compenso ho nuovi amici tra gli expat che si trovano qui da molte parti del mondo.
    Di italiani ce ne sono tanti, ma li frequentiamo poco. Un progetto dell’università mette insieme un piccolo gruppi di danesi e italiani che si aiutano reciprocamente nell’apprendimento linguistico e nella chiarificazione culturale, ma non ci si frequenta al di là degli incontri bisettimanali.
    I miei pochi conoscenti danesi sono tutti gentilissimi e nulla più. Non è ipocrisia, è la loro forma di educazione, ma davvero ti spiazza.
    Come ulteriore forma di cortesia, cercano di mostrarsi solidali con noi italiani, chiedendoci perché e per come delle notizie che giungono dal Bel Paese, un mix di gossip, folklore e malaffare.
    In tanti mi hanno messo in imbarazzo (ed erano sinceri) facendomi i complimenti alla notizia della decadenza da senatore del qui tristemente famoso B; ho dovuto purtroppo spiegare loro che non era mica detto.
    Ma non ci sono riuscito, un po’ per il mio danese smozzicato, molto perché proprio non concepiscono che un decaduto senatore e pregiudicato possa avere voce nel governo di una nazione.
    Quando leggeranno dei più recenti sviluppi della politica italiana forse ripenseranno alle mie parole…
    Baci

  9. Grazie a te, e beh, non è che a Londra faccia caldo… Aarhus è appena un po’ più su! 🙂

  10. Lungi dal difendere chi generalizza, credo che ci sia stata una levata di scudi eccessiva su questa faccenda, perché anche io l’ho letto come una “presa in giro iperbolica” di certi espatriati. Temo però che chi va via a volte abbia un pregiudizio su chi resta, e nel tuo articolo dai un segnale proprio su questo punto, quando parli di “connazionali un po’ più ambiziosi”. Non è detto che chi resta lo faccia perché si accontenta ed è “meno ambizioso”. Può accadere anche che ci sia gente brava che si guadagna e si merita i posti che ricopre. Da quanto leggo sei andata via subito dopo il liceo; se così fosse saresti tu a non avere probabilmente una chiara idea di come sia davvero la vita di chi studia e lavora qui. Identificare quindi chi parte come “migliore” ti mette sullo stesso piano di chi critica la realtà di chi è andato via senza conoscerla. Hai certamente ragione a difenderti se ti senti attaccata e giudicata, ma cerca di non attaccare e giudicare a tua volta 😉 Buono studio e buon lavoro.

    • Caro Gi,
      sono d’accordissimo con te. Esistono anche persone in Italia che stanno bene e non se ne vogliono andare, o persone che vorrebbero andarsene ma per una miriade di ragioni sono costrette a restare. Il mio “più ambiziosi” è sbagliato in quel senso. Quello che intendevo dire era semplicemente che, nella mia situazione, non avevo intenzione di arrendermi alle porte chiuse né di passare anni a bussare: ho deciso di andare dove sapevo che sarebbero state più aperte. (S)fortunatamente varie vicende familiari, dei miei amici e dei miei concittadini mi mostrano l’Italia di tutti i giorni e non mi vergogno a dire che, per la maggior parte, non mi piace. Stimo chi rimane, combatte quella realtà e cerca di cambiarla dall’interno. Purtroppo non fa per me! Grazie e altrettanto 😉

  11. Brava, bella risposta! Stereotipi e generalizzazioni superflue! Ho molto rispetto per chi è rimasto, per chi combatte battaglie difficili ogni giorno, ma la stima dovrebbe essere reciproca. Loro combattono per il cambiamento dall’interno, ma noi rappresentiamo dei preziosi avamposti di “italianità” che non sono il cercare la pizza migliore, il frequentare solo italiani o il non pagare il biglietto del bus, quanto piuttosto la dimostrazione della nostra cultura, del nostro spirito e della nostra storia… in modo che di noi non si ricordi solo il bunga bunga, ma soprattutto la preparazione e le capacità, l’altruismo e la fantasia!

  12. Carolina, sono la Katia (amica di David). E’ tanto che non ti vedo, ma condivido gran parte di questo bel articolo e complimenti per i tuoi progressi!

  13. Pingback: Dall’Evening Standard: Le mille facce delle relazioni moderne a Londra | London's Calling: Londra Chiama!

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